L’Intervista

Fausto Di Mezza è un politico bresciano, esperto di finanza pubblica e immobiliare.

Eletto per tre volte in Consiglio Comunale, ha seduto in Loggia dal 1994 al 2012. Nel 2008 è stato nominato Assessore al Bilancio del Comune di Brescia, distinguendosi per operazioni di carattere straordinario e modifiche strutturali fortemente migliorative della finanza pubblica locale. Tra il 2008 e il 2010 ha partecipato alle audizioni della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, al fine di ottenere modifiche alla normativa per il Patto di Stabilità Interno. E' stato tra gli estensori del "Emendamento Salva Brescia", che ha permesso alla città di ricevere l’Oscar di Bilancio patrocinato dal Presidente della Repubblica. Eletto Vicepresidente del Consiglio di Sorveglianza di A2A, nel 2012 ha lasciato la carica di Assessore per incompatibilità dei ruoli.

 

Avv. Di Mezza, nonostante la giovane età, il suo è un percorso ricco di esperienze. Iniziamo dal principio…

Sono nato il 12 novembre 1971 a Brescia. Nel 1995 ho conseguito la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Parma e superato, nel 2001, l’esame di abilitazione forense. In questi anni, ho svolto diversi incarichi in società immobiliari e finanziarie bresciane. Dal 1989 al 1999 sono stato Consigliere Delegato della Gilmar S.p.A. e nel periodo dal 1990 al 1995 Amministratore Unico della Icedal S.r.l.

Gli anni dal 1993 al 1994 mi hanno visto Socio Accomandante della Gecra S.a.s. e, successivamente, Membro del Consiglio di Amministrazione della Brescia Mercati S.p.A.

Attualmente, sono Presidente della holding finanziaria DMZ investimenti S.r.l e, dal 2012, ricopro la carica di vicepresidente del Consiglio di Sorveglianza della multi utility lombarda A2A.

 

La politica è, da sempre, una grande passione…

Assolutamente sì. Mi riconosco nei valori di un centrodestra moderato, di ispirazione liberale. Fin da giovane, desideravo occuparmi della res publica per mettermi a disposizione della società, contribuendo attivamente alla crescita della realtà cittadina. La mia carriera politica ha avuto inizio nel 1993, quando, rispondendo alla “chiamata” di Silvio Berlusconi, ho fondato il Club Progetto: primo nucleo di Forza Italia sul territorio bresciano.

 

Alle Elezioni Comunali è sempre risultato tra i più preferenziati, ripercorriamo le tappe di questo percorso…

Nel 1994 sono stato eletto per la prima volta in Consiglio Comunale e nominato Segretario della Commissione Cultura del Comune di Brescia. All’età di 23 anni ero il più giovane Consigliere Comunale bresciano.

Le elezioni del 1998 e del 2003 mi hanno visto nuovamente in Loggia, nei panni di Capogruppo di Forza Italia. In quegli anni, all’attività in Consiglio Comunale si sono affiancati gli incarichi di partito: dopo essere stato eletto membro della direzione provinciale, nel 1998 ho ricoperto il ruolo di segretario cittadino di Forza Italia.

La consiliatura del 2008 si è aperta con la vittoria del centrodestra, che ha visto primeggiare il candidato Sindaco On. Adriano Paroli. In quest’occasione, sono stato nominato Assessore al Bilancio del Comune di Brescia, con specifico riferimento ai settori economici e finanziari: bilancio e ragioneria, tributi, provveditorato al servizio, patrimonio e civica avvocatura.

 

La crisi, il Patto di Stabilità e l’Emendamento Salva Brescia: quali problemi ha dovuto fronteggiare in qualità di Assessore al Bilancio?

La giunta di centrodestra capitanata da Adriano Paroli si è trovata ad affrontare un momento di estrema difficoltà per le amministrazioni pubbliche. Al fine di gestire il flusso finanziario con serietà, è stato necessario operare manovre di tipo strutturale. Sono state introdotte modifiche di calcolo e contabilizzazione dei dividendi delle società controllate, uno strumento tecnico di valenza politica, che ha permesso alla città di non andare in default.

Tra i provvedimenti che hanno garantito alla città stabilità economica e welfare, vi è sicuramente la modifica del Patto di Stabilità, che ha consegnato a Brescia 180 milioni di euro in tre anni.

Tali operazioni hanno evitato di aumentare la tassazione e svendere partecipazioni pubbliche, garantendo la regolarità dei servizi pubblici.

 

Crisi e recessione: l’Italia sta vivendo una fase di segno negativo, all’insegna dell’immobilismo. Esistono delle soluzioni?

Da liberale, credo sia indispensabile operare nel segno della privatizzazione e dell’impulso alla competitività aziendale. È assolutamente necessario scommettere sulle imprese italiane, garantendo loro stabilità e prospettive future. Mi auguro che il Governo Centrale possa varare rapidamente manovre strutturali che modifichino radicalmente l’assetto economico del Paese. Nel concreto, penso che la ripresa potrebbe essere aiutata da una minore tassazione e riduzione di aliquote fiscali.

 

Delocalizzazione: ora che anche i “grandi” se ne vanno, cosa resta in Italia?

Onestamente, credo che la delocalizzazione sia un sintomo di allarme ancor più forte quando ad andarsene sono le aziende piccole. L’Italia ha perso in competitività perché, anziché aiutare, soffoca le aziende. Le Piccole Medie Imprese sono sempre state il motore della Penisola, ma ora la situazione è gravissima.

Una riforma seria in questo senso dovrebbe farsi carico della situazione dei moltissimi imprenditori italiani che, a causa dei costi energetici troppo alti, della tassazione ingente, della burocrazia e delle lungaggini amministrative, non riescono a immaginare un futuro per la propria azienda.

 

Parliamo di futuro: sempre meno giovani scelgono la politica. Colpa di un sistema che non funziona?

Ai ragazzi di oggi, mi sento di ricordare che la politica è indispensabile alla società. Se non la fai, la subisci. È importante informarsi e appassionarsi alle vicende del Paese. Apprezzo chi sceglie esperienze di studio all’estero, purché possa tornare arricchito, pronto a contribuire alla crescita italiana. A chi, invece, desidera avvicinarsi alla politica, suggerisco di operare nel rispetto del territorio che li sostiene. Le logiche di partito sono fuorvianti, il rischio è dimenticare la ragione profonda del lavoro politico: il servizio alla comunità.